Castel Viscardo: castelli, argilla e il margine dell'Alfina sul Paglia
Non è un unico borgo collinare. Al capoluogo si affiancano Monterubiaglio e Viceno, due antichi villaggi fortificati che l'inventario regionale conta fra i centri storici, e Pianlungo e Le Prese, che appartengono al comune moderno. Pianlungo si divide fra Castel Viscardo e Allerona e forma con Allerona Scalo un unico abitato attorno alla ferrovia, mentre Le Prese è una piccola frazione industriale e residenziale. Insieme raccontano un comune umbro che lavora, dove un castello, una tradizione di argilla e un nodo ferroviario fanno parte della stessa storia.
Un castello dalla nascita controversa e dal volto barocco
La fondazione del paese si racconta ancora in due versioni. La storia comunale attuale attribuisce a Viscardo Ranieri la fondazione e il nome, colloca la prima fortezza fra il 1292 e il 1298 e considera una visita pastorale del 1357 come il primo riferimento inequivocabile. Le ricostruzioni più antiche, riprese dall'archivio di Stato e dalla promozione turistica regionale, indicano invece Giuscardo da Pietrasanta e l'anno 1263. Ben documentato è ciò che segue: il castello passò ai Monaldeschi e poi agli Spada, e nel 1879 il vicino paese di Monterubiaglio perse l'autonomia comunale e fu aggregato a Castel Viscardo.
Il Castello di Madonna, che l'inventario regionale registra anche come Castello di Madonna Antonia, dà al paese la sua sagoma. La pianta è un poligono irregolare racchiuso da mura perimetrali, con fossato e ponte; le mura sono in pietra locale, mentre le cornici delle finestre sono in pietra chiara di Bagnoregio. Il perimetro medievale è solo metà del quadro. Un grande restauro del 1674-1675 gli diede un ingresso barocco ad arco a tutto sesto, decorato con statue, e in seguito si aggiunse un orologio settecentesco. Il contrasto fra la cinta difensiva di mura, fossato e ponte e quel portale teatrale è la cosa più interessante del luogo, e conviene leggerlo dall'esterno, lentamente, prima di inoltrarsi nei vicoli intorno.
La SS. Annunziata e l'interno barocco
La chiesa parrocchiale della SS. Annunziata prosegue in chiave sacra il racconto seicentesco. La storia comunale data il cantiere principale dal 1670 al 1689, il completamento dei lavori al 1716 e la consacrazione al 1737: la chiesa è dunque cresciuta nell'arco di gran parte di una vita. All'interno quattro cappelle laterali ospitano dipinti associati a Carlo Maratta, Giacomo Wernle e Bernabei di Perugia, e una pala di Wernle raffigura san Bartolomeo con santa Caterina d'Alessandria. Il Comune ricorda inoltre una bandiera ottomana catturata e conservata nella chiesa.
Il catalogo generale dei beni culturali aggiunge due oggetti più piccoli di Castel Viscardo, che meritano uno sguardo attento quando la chiesa è aperta: una lapide commemorativa in marmo datata 1682 e un reliquiario a croce ottocentesco in bronzo, cristallo di rocca, legno, pietra e vetro. Come ogni parrocchia viva, l'Annunziata chiede silenzio e un po' di pazienza con i propri tempi.
Monterubiaglio, Viceno, Pianlungo e Le Prese
Monterubiaglio è il secondo centro storico del comune e la più ricca delle frazioni. Ha il suo castello e il suo tessuto storico, e un gruppo di chiese che merita una passeggiata lenta: Sant'Antonio Abate, la parrocchiale; la chiesa della confraternita del Rosario; e Santa Rufina. Sotto Sant'Antonio Abate si trovano i resti segnalati di una più antica chiesa di San Bartolomeo. Le Fonti di Tiberio, un geosito riconosciuto, si trovano nello stesso angolo del territorio.
Viceno è un altro nucleo fortificato, con il suo castello e l'antica chiesa di San Nicola. Oggi la parrocchia porta la dedicazione congiunta ai Santi Pietro, Paolo e Nicola, piccolo promemoria del fatto che parrocchie ed edifici non sempre conservano gli stessi nomi nei secoli.
Pianlungo e Le Prese raccontano una storia diversa e altrettanto sincera. Non hanno castello né centro in cima al colle; il loro interesse sta nel modo in cui il comune vive oggi, con un abitato condiviso con Allerona Scalo attorno alla ferrovia, case e industria. Includerle completa il ritratto di Castel Viscardo come luogo che da sempre lavora.
Le Caldane e il paesaggio archeologico più ampio
La necropoli delle Caldane si trova a nord-ovest del capoluogo, in un bosco della valle del Paglia, e fa parte del Parco Archeologico e Ambientale dell'Orvietano. Fu portata alla luce nel 1986. Le tombe sono piccole camere scavate nella roccia, ciascuna raggiunta da un breve corridoio d'accesso detto dromos, e in gran parte risalgono alla seconda metà del VI secolo a.C. Il Ministero della cultura osserva che alcune tombe furono trovate intatte e che le sepolture hanno restituito ceramica dipinta orvietana, bucchero e oggetti in metallo, fra cui uno specchio etrusco in bronzo inciso con scene mitologiche. Lo stile della ceramica indica i legami della valle con la vicina Orvieto.
Le Caldane non sono l'unica traccia. L'inventario archeologico regionale, compilato su dati aggiornati attorno al passaggio del millennio, nomina un elenco più lungo di luoghi del territorio: Podere Cornale, Poggio Pastine, Barca Vecchia-Barcaccia-Podere Molino, Monterubiaglio, il centro storico di Castel Viscardo, Podere Santa Maria, la strada fra Castel Viscardo e Monterubiaglio, Fonti di Tiberio, Coriglia e Podere Vitiano. Per lo più sono campi e strade poderali più che mete da visitare, ma insieme mostrano quanto fosse frequentato questo tratto di valle ben prima del castello.
Il cotto: un mestiere che segue le stagioni
L'argilla è il mestiere del luogo. Il catalogo etnografico nazionale descrive Castel Viscardo come un'area ricca di argille, con una tradizione di cotto fatto a mano che sembra risalire alla metà del Cinquecento, e la sua descrizione del lavoro mostra quanto segua il calendario. In autunno l'argilla si prepara in cava, frantumata con il dorso della zappa per eliminare le impurità e renderla più permeabile all'acqua. L'inverno serve a raccogliere la legna da ardere. In primavera l'argilla si impasta con l'acqua, e in estate il fornaciaio stende sabbia e cenere nello stampo e vi preme l'argilla con le dita. I mattoni asciugano poi all'aperto su uno spiazzo detto piazza, appoggiati sulla sabbia, e i bordi si rasano a mano con una stecca.
La cottura è il punto in cui si vede la maestria. I mattoni asciutti si dispongono di taglio nella fornace a pozzo a spina di pesce, talvolta interrotta da una fila dritta, così che il calore circoli e li cuocia in modo uniforme. La fornace può andare a metano o a legna, e il fuoco a legna si alimenta giorno e notte per 24-48 ore. Il mestiere non appartiene solo al passato: la fornace artigianale degli Stefani alle Trobbe, dove il cotto si fa a mano, fa risalire la propria attività al 1840.
Il MUSEC, museo del cotto
Il Museo Etnografico del Cotto, il MUSEC, è il posto migliore per capire come tutto si tenga insieme. Lo ha creato il Comune con il GAL Trasimeno-Orvietano e la Regione Umbria, e fa parte della rete dell'Ecomuseo del Paesaggio Orvietano. Occupa un antico fontanile in Via Cavour, in seguito usato come lavatoio, adattato a ospitare tre sale espositive e un laboratorio didattico. Mattoni, coppi, orci, piatti e immagini votive raccontano una storia di fatica legata al laterizio e al cotto, dal Medioevo ai giorni nostri. È un museo piccolo e specifico, adatto a chi vuole capire come un luogo si guadagna da vivere prima di ammirarne i monumenti.
Paesaggio, denominazioni e vino nel bicchiere
Il comune si inserisce nel paesaggio dell'Orvietano, nella transizione fra la valle del Paglia e l'altopiano dell'Alfina. La cartografia regionale colloca il bosco della Selva di Meana in un sistema naturalistico protetto e le Fonti di Tiberio in un geosito riconosciuto, e il confine dell'area dell'Orvieto DOC segue Monterubiaglio, il Paglia, il Fosso delle Prese, le strade locali e il ciglio dell'altopiano vulcanico. È un'immagine utile del luogo: fondovalle, versante boscoso e margine vulcanico.
Quattro denominazioni tutelate toccano il territorio. L'intero comune rientra nell'area dell'Allerona IGT; ricade in tutto o in parte nell'Orvieto DOC; i terreni vocati dell'intero territorio sono idonei al Rosso Orvietano DOC; e il comune è nominato nella zona Colli Orvietani dell'olio Umbria DOP. Le denominazioni dicono dove si possono coltivare uve e olive, non quale produttore o bottiglia valga la pena cercare: conviene leggere l'etichetta e chiedere in cantina.
Come comporre una visita
Lasciate che siano i materiali a scegliere l'ordine. Cominciate dalla pietra e dai dettagli barocchi del capoluogo, il castello visto dall'esterno e la chiesa parrocchiale della SS. Annunziata quando è aperta. Seguite l'argilla fino al MUSEC, dove il ciclo stagionale delle fornaci rende leggibile il resto del territorio. Poi allargate lo sguardo: Monterubiaglio per il castello e il gruppo di chiese, Viceno per il suo villaggio fortificato. Le Caldane, la necropoli etrusca nella valle boscosa, sono chiuse al pubblico: conoscetele come un luogo da sapere, non come una tappa. Chiudete con un bicchiere di qualcosa delle denominazioni orvietane, che rende concreta nel calice la geografia giuridica di vigne e oliveti. Gli orari di chiese e museo cambiano: prima di partire conviene confermarli con il Comune o con il gestore.









