Si parte dal latte intero di pecora della zona delimitata, lavorato crudo o trattato termicamente fino alla pastorizzazione. Il caglio, di vitello o vegetale, lo coagula a 33–38°C; il caglio di agnello non è prescritto.
La cagliata viene rotta in modo diverso secondo il tipo: in frammenti grandi come una nocciola per la pasta tenera, più piccoli, simili a un chicco di mais, per quella semidura. Passa poi negli stampi, dove il siero spurga per pressione manuale o con il vapore, e si sala a secco o in salamoia. Solo allora iniziano i 20 giorni, o i quattro mesi, di stagionatura.
Infine la forma viene marchiata sullo scalzo: a inchiostro la pasta tenera, a fuoco quella stagionata. L’etichetta autorizzata e l’identificazione del caseificio rendono il nome riconoscibile oltre il colore e la forma. Una crosta scura, da sola, dice poco sull’autenticità: i trattamenti superficiali ammessi possono cambiarne il colore.