La metà più tranquilla di Cannaregio comincia un paio di rii a nord della Strada Nova, dove la folla diretta a Rialto si dirada e le fondamente corrono lunghe e dritte lungo l’acqua. La Fondamenta degli Ormesini è una di queste, fiancheggiata da bacari, piccoli alimentari e botteghe al piano terra. Il nome dice molto di quello che questa parte della città faceva un tempo. Gli ormesini erano sete leggere che prendevano il nome da Hormuz, il grande porto commerciale all’imbocco del Golfo Persico, e qui venivano tessute. Passate di pomeriggio e ogni tanto una vetrina vi mostra qualcuno con il grembiule di cuoio che preme strisce di carta scura strappata dentro uno stampo di gesso. Aprite la porta e l’odore è di colla di farina, olio di lino e polvere di gesso.
Fare maschere è uno dei mestieri organizzati più antichi di Venezia. I mascareri, come la città chiamava i suoi artigiani della maschera, ebbero regole proprie con uno statuto datato 10 aprile 1436. Per secoli lavorarono all’interno dell’arte dei pittori e fabbricarono i volti che la città indossava durante un Carnevale che poteva durare mesi. La tradizione si spense con la caduta della Repubblica nel 1797, e fu il ritorno del Carnevale moderno, alla fine degli anni Settanta, a far rinascere le botteghe, diverse delle quali aperte da artisti e gente di teatro.
La tecnica è di secoli più antica di qualsiasi bottega oggi aperta. Si modella un volto in creta, se ne ricava il negativo in gesso e si posa lo stampo sul banco, con il cavo verso l’alto. Le strisce di carta si strappano, non si tagliano mai, perché il bordo strappato si fonde con lo strato successivo mentre quello tagliato lascia un gradino. Si immergono in una colla di acqua e farina e si premono nello stampo, ogni strato incrociato con quello sotto. Pochi strati per una maschera leggera; di più per una maschera di carattere, pesante, che deve reggere il palcoscenico. Lasciata asciugare, la pila esce dallo stampo come un guscio rigido e leggero. Poi si rifila, si prepara con il gesso, si leviga, si dipinge e, per pochi pezzi, si dora.

A Cannaregio nessuno ti guarda lavorare, e per un mascarer questo vale più del passaggio.
Le maschere della commedia dell’arte sono le più difficili. Prendete il Capitano, il soldato spaccone dell’antica commedia all’improvviso: naso lungo e appuntito, baffi dipinti, un volto fatto per essere letto dal fondo della sala. Il naso sporge così tanto che la sola carta fatica a reggerlo, e allora lo si può costruire su un’anima leggera di cartoncino fissata nel guscio ancora umido, coprendo poi la giunzione con altri strati. Un naso pesante fa scivolare la maschera in avanti sul volto dell’attore, e con essa la sua linea di sguardo. Una maschera di scena si fa per un solo volto: i fori degli occhi si aprono sugli occhi di chi la porterà, e i mascareri più scrupolosi misurano ancora con il compasso.
Le botteghe che durano stanno di solito nei sestieri dove gli affitti sono più bassi e la strada è ancora veneziana. Vicino a San Marco un negozio al piano terra costa moltissimo, e per pagarlo serve il volume: le maschere di plastica stampata e le importazioni a buon mercato che riempiono le bancarelle tra Rialto e la Piazza. Chi lavora la cartapesta, con lo stampo di gesso in bottega, vende un numero modesto di pezzi all’anno a persone che sanno cosa stanno comprando, più le commissioni di teatri, costumisti e collezionisti. A Cannaregio nessuno ti guarda lavorare, e per un mascarer questo vale più del passaggio.
Venezia ha un vero problema con i negozi che fingono. Maschere di plastica fatte altrove si vendono in locali che si fanno chiamare atelier, senza un banco da lavoro in vista. La prova è semplice: chiedete di vedere gli stampi. Una bottega vera ha stampi di gesso, modelli in creta e lavori in corso sul banco, e l’artigiano vi mostrerà volentieri dove va la carta. Guardate anche l’interno della maschera. La cartapesta fatta a mano è leggermente irregolare all’interno, con i bordi strappati appena visibili, e non pesa quasi niente.

I tessitori di seta hanno lasciato gli Ormesini da tempo, e negli ultimi anni la fondamenta è cambiata di nuovo, con bar e banchi di vino che d’estate si riempiono la sera. Cannaregio fa quello che Venezia ha sempre fatto: cambia abbastanza lentamente perché chi ci vive possa cambiare allo stesso ritmo.
A fine pomeriggio, un Capitano in lavorazione riposa sul banco accanto a due o tre altri volti, ad asciugare sotto un panno di cotone. Tra qualche settimana verrà dipinto, chiuso in una scatola e spedito al palcoscenico che l’ha ordinato. Domattina c’è un Pantalone da cominciare.
Fonti
- Ormesini: calle, ponte e fondamenta · curiositaveneziane.it
- Fondamenta degli Ormesini · touringclub.it
- Venetian Carnival Masks: A Brief History · lauramorelli.com
- History of Venetian Masks · imagesofvenice.com
- Carnevale di Venezia · Wikipedia





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