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Gli apprendisti delle botteghe fiorentine

Dentro le legatorie artigiane di Firenze, dove maestri e apprendisti ricostruiscono libri di secoli fa con i metodi con cui furono fatti la prima volta.

Una bottega fiorentina in orario di lavoro: utensili allineati sul banco, trucioli sul pavimento, un maestro chino su un pezzo.

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Via dei Fossi scende da Piazza Santa Maria Novella verso l’Arno, così stretta che un furgone delle consegne deve chiudere gli specchietti per passare, e da generazioni è una strada di antiquari, corniciai e restauratori. I legatori fiorentini hanno le loro botteghe in questa parte della città e al di là del fiume, in Oltrarno, tra Santo Spirito e San Frediano, spesso in un’unica stanza lunga: banchi di legno, un torchio in ghisa, una parete di attrezzi dal manico di legno disposti per lunghezza. Una legatoria ha un odore tutto suo. Cera d’api, colla animale che scalda su una fiamma bassa, vitello conciato al vegetale e polvere di carta che prende la luce del pomeriggio quando si aprono le persiane.

L’apprendistato è lungo, si misura in anni e non in mesi, e l’ordine in cui il lavoro viene affidato è quasi un rito. Prima la scopa e la colla. Poi smontare i libri e pulirli. Poi la cucitura. Poi la copertura. La doratura viene per ultima, perché è l’unica parte che non si può disfare. Per buona parte del Novecento il mestiere passava da maestro a ragazzo; oggi al secondo banco ci sono ragazze e ragazzi, alcuni in arrivo dalle scuole di restauro della città.

Il lavoro che tiene aperte queste stanze è soprattutto restauro. Firenze è una città di biblioteche: la Laurenziana, la cui sala di lettura fu disegnata da Michelangelo; la Riccardiana in Via de’ Ginori; la Marucelliana; la Biblioteca Nazionale Centrale accanto a Santa Croce; e gli archivi delle chiese e delle antiche famiglie. Tutte custodiscono libri che vanno rilegati ogni una o due generazioni. Immaginate un lavoro tipico: un volume del Seicento, magari una copia del Saggiatore di Galileo, stampato a Roma nel 1623, il libro in cui scrisse che l’universo è scritto in lingua matematica. Arriva con il dorso spaccato a metà, un piatto staccato e la cucitura allentata. Il legatore preventiva settimane di lavoro, non giorni.

Il mestiere si chiama legatura a mano e si divide in una sequenza di operazioni, ognuna con il suo lessico. La collazione, per verificare che ogni fascicolo ci sia e sia al suo posto. Lo smontaggio. La pulitura. Il consolidamento degli strappi con una colla d’amido di frumento cotta e il risarcimento delle lacune con carta simile all’originale. La ricucitura dei fascicoli su nervi, le costole in rilievo che si vedono sul dorso di un libro antico. L’arrotondatura e l’indorsatura del dorso con il martello. La scarnitura della pelle, finché i bordi sono abbastanza sottili da rimboccarsi puliti sui piatti. E infine la decorazione: la doratura a caldo, premuta attraverso la foglia d’oro con filetti e ferri d’ottone, alcuni più vecchi di chiunque sia nella stanza. Un libro insegna a chi ha la pazienza di ascoltarlo.

Strumenti da legatore e carte marmorizzate sul banco di una bottega fiorentina
Legatura a mano: ogni operazione ha il suo attrezzo e la sua parola.

Un libro insegna a chi ha la pazienza di ascoltarlo.

Il mestiere moderno deve molto a una catastrofe. Il 4 novembre 1966 l’Arno ruppe gli argini e allagò la città. Soltanto alla Biblioteca Nazionale Centrale oltre un milione di libri, periodici e documenti finirono nell’acqua e nel fango. Volontari arrivati da tutto il mondo, gli angeli del fango, fecero catene umane per portarli fuori, e restauratori di molti paesi vennero a lavorarci. Il problema era troppo grande per una sola scuola, così per una volta le tecniche furono condivise invece che custodite gelosamente, e molto di ciò che oggi è prassi nel restauro del libro e della carta, dalla documentazione dettagliata degli interventi alla liofilizzazione dei volumi bagnati, fu messo a punto a Firenze negli anni successivi. Ogni legatore della città, in qualche modo, poggia su quel lavoro.

I conti non sono generosi, e nessuno nel mestiere finge il contrario. La paga di un apprendista è modesta. Gli attrezzi si mettono insieme piano piano (una stecca d’osso, un brunitoio, una serie di coltelli da scarnitura, spesso di seconda mano dall’armadio di un legatore più anziano), e le attrezzature grandi si ereditano invece di comprarle. Il torchio nell’angolo di una legatoria fiorentina può benissimo avere un secolo, e la questione di chi lo erediterà viene presa sul serio.

Il mestiere sopravvive per tre ragioni, più o meno in quest’ordine. Primo, le biblioteche e gli archivi, pubblici e privati, che avranno sempre bisogno di legatori. Secondo, i collezionisti, in Italia e all’estero, che mandano libri rari a Firenze proprio per la sua fama. Terzo, le scuole e i corsi di restauro che formano la generazione successiva e mandano i loro studenti nelle botteghe come tirocinanti e apprendisti. E la città fornisce ancora i materiali: la carta marmorizzata fiorentina, fatta facendo galleggiare i colori su un bagno addensato e posandovi sopra un foglio, riveste ancora le sguardie di libri in tutto il mondo.

Nel tardo pomeriggio, un libro appena cucito entra nel torchio, con i nervi passati attraverso i piatti. Al banco di fronte, un apprendista scarnisce un pezzo di vitello, magari delle concerie al vegetale di Santa Croce sull’Arno, più a valle, con un coltello a mezzaluna, lavorando dal lato carne con la lama quasi piatta e sollevando riccioli di pelle sottili come trucioli di carta. Il maestro guarda per trenta secondi, annuisce una volta e non dice niente. Il bordo, alla fine, è regolare. Tra qualche mese l’apprendista potrà impressionare a secco il suo primo filetto. L’oro verrà dopo.

Un libro appena cucito nel torchio di ghisa di una legatoria fiorentina
Nel torchio per la notte: una buona legatura, finita, non si vede.

Quando il libro tornerà nella sua biblioteca, sembrerà che non gli sia successo niente. È proprio questo il punto. Una legatura fatta bene è invisibile: il libro si apre come si apriva da nuovo, i fascicoli stanno piatti, la pelle nuova sta accanto alla vecchia senza discutere. Chi lo leggerà non saprà che qualcuno ha passato una settimana a scarnire una sola pelle, o che la tensione della cucitura è stata controllata con il dorso di un’unghia e corretta due volte. Il libro sarà semplicemente di nuovo leggibile. L’apprendista, tra qualche anno, sarà legatore o legatrice a sua volta. Il maestro sarà ancora al banco di fronte. Il libro sul banco sarà un altro libro.

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